Biografia
Testo a cura di Mariateresa Anfossi e Gianni De Moro, dal profilo artistico-biografico dell'artista.
È giovane, dolce di carattere, minuta di fattezze, un poco timida, ma sa vincere le sue battaglie, come quella di iscriversi, nel 1915, dopo la licenza conseguita presso la Scuola Tecnica "G. Schiapparelli", ai corsi dell'Accademia di Belle Arti di Brera — per Silvia, la più giovane dei tre figli nati dalla moglie Angela Pessina, il padre Emilio Zucchinetti, commerciante in preziosi, desidererebbe forse un indirizzo di studi più conforme a placide prospettive borghesi. Una vocazione naturale all'osservazione e al disegno la sorregge, riconosciuta e incoraggiata fin dall'infanzia da insegnanti lungimiranti e, soprattutto, dallo zio materno Emilio Borsa, nome di prestigio del panorama artistico monzese, a sua volta nipote di Mosè Bianchi e cugino di Pompeo Mariani.
Del corpo insegnante braidense fanno parte in quell'epoca personalità artistiche di rilievo come Cesare Tallone, ma a segnare più di altri la formazione della giovane allieva sono lo scultore Ambrogio Bolgiani, professore di Plastica, e il pittore Aldo Carpi, che Silvia stessa ricorderà molti anni dopo come suo principale maestro. Il corso termina nel luglio 1919 con tanto di "menzione onorevole". Conseguita l'abilitazione, Silvia ottiene il primo incarico per l'insegnamento del disegno, ma l'impatto con il mondo della scuola non risulta positivo: una quotidianità che pare negare il suo senso creativo, la fantasia artistica. Dopo pochi mesi rinuncia alla cattedra e riprende il cammino interrotto, frequentando lo studio del pittore Mario Bettinelli, di cui segue i consigli, con particolare attenzione ai fiori e alla figura umana. Successivamente è lo studio di Attilio Andreoli ad attirarla, in un clima accademico e rassicurante.
Milano, via Montenapoleone
All'inizio del 1924 comincia a delinearsi per Silvia una nuova attività: la realizzazione di cuscini, ventagli, paraventi, foulards in seta o crèpe, sciarpe stampate, tessuti decorati che espone per la prima volta in pubblico nelle sale del Lyceum, in una collettiva di "Arte applicata all'Industria". Con un'amica conosciuta ai tempi dell'Accademia apre uno studio-atelier al 14 di via Montenapoleone, dove opererà fino al maggio 1926. La Milano di quegli anni, in cui la Zucchinetti muove i primi passi dopo l'esperienza di Brera, rappresenta un autentico crogiolo di fermenti artistici e culturali: è il momento dei giovani architetti che occupano spazi sempre più ampi alle origini di quel moto di ridefinizione del ruolo professionale che approderà alla nascita del design. È proprio alla "Biennale di Monza" del 1925 che Silvia incontra nuovamente Gino Maggioni, suo coetaneo conosciuto a Brera, già noto come illustratore e titolare da pochi mesi di un laboratorio per la produzione di mobili "moderni" a Varedo. Fra i due artisti nasce una fitta collaborazione professionale.
Nel 1927 l'architetto si presenta con la sua produzione alla "III Triennale Internazionale di Arti Decorative" di Villa Reale a Monza. È proprio in occasione di quella mostra che Silvia e Gino, legati ormai da qualcosa di più di un semplice rapporto di lavoro, decidono di sposarsi: il 7 dicembre 1927, nel castello di Bizzozero, residenza di campagna della famiglia Zucchinetti, per poi stabilirsi definitivamente a Varedo. Il 2 aprile 1929 nasce a Milano Luigi jr.; in un delicatissimo pastello che ritrae il figlio dormiente è riportata tutta la tenerezza di questa esperienza fondamentale.
Silvia intanto ha ripreso l'attività nel campo degli accessori di arredamento, curando una nuova linea di cuscini a tarsie di panno, fustagno e velluto: la rivista "Casa Bella" ne segnala la qualità in diversi numeri e in un'elegante brochure del 1931 dedicata ai "Ricami d'Italia". Il 12 ottobre 1932 nasce il secondo figlio, Silvano, e non interrompe lo slancio creativo dei genitori: nel 1933, accanto all'immagine del piccolo Silvano, Silvia dipinge il suo primo soggetto non ritrattistico, un'inaspettata Pianta grassa. Anche gli impegni di Gino, ormai industriale del mobile, si infittiscono: la "VI Triennale di Milano" del 1936 costituisce la sua consacrazione imprenditoriale, con la fabbrica "Mobili Brevetti Maggioni" a Varedo e l'elegante show-room di via Durini.
La guerra e il trasferimento in Liguria
Proprio nel momento in cui le prospettive di lavoro si ampliano ulteriormente, le difficoltà internazionali assumono dimensioni apocalittiche. Dopo l'inizio dei bombardamenti aerei sulla Lombardia, anche l'azienda di Varedo entra in crisi e il desiderio è improvvisamente uno: fuggire da una realtà sempre più simile a un incubo. È in questo contesto che un viaggio in Liguria suggerisce la soluzione di trasferirsi in Riviera, a Diano Marina, borgo intatto dove la guerra sembra ancora una vicenda remota. Fra il 1941 e il 1942 il trasferimento è cosa compiuta: l'architetto progetta e inizia a costruire una villa sulle pendici di Capo Berta. Le vicende successive all'8 settembre 1943 si insinuano bruscamente nella famiglia: Silvia è presa in ostaggio dalle truppe della Repubblica Sociale, mentre Gino viene arrestato e incarcerato dalla polizia tedesca nell'ottobre 1944, fino al 23 aprile 1945.
Dopo quest'esperienza traumatica Gino non si sente più imprenditore e decide di vendere lo stabilimento di Varedo, riprendendo i contatti con l'ambiente degli illustratori. Anche per Silvia il ritorno alla normalità è sinonimo di risveglio artistico: i figli crescono, le incombenze domestiche diminuiscono, ed ella riscopre il gusto per la pittura. Negli anni 1947-1948-1949 vengono organizzate a Diano Marina tre edizioni della "Mostra del Paesaggio Italiano", cui i coniugi Maggioni collaborano attivamente con le loro conoscenze nel mondo dell'arte.
Gli anni della maturità artistica
Gli orizzonti di pittrice di Silvia si ampliano con la partecipazione alla "Mostra Nazionale d'Arte" di Napoli (1950) e a Imperia (1951). Nel settembre 1951 si inaugura a Diano Marina la "Mostra d'Arte Contemporanea", il cui ospite principale è Carlo Carrà, che sceglie di trascorrere alcune settimane in Riviera, spesso ospite dei Maggioni nella villa della "Pace". Ma nel dicembre 1955, dopo un lento peggioramento della salute, Gino muore: per Silvia, che da trent'anni divideva con lui gli affetti della vita, è un colpo durissimo. È la pittura a darle la forza di superare ciò che in realtà non riuscirà mai a superare del tutto, a darle una ragione di vita.
La piccola mostra personale che alcuni amici le organizzano l'anno seguente (aprile-maggio 1957) al Palazzo del Parco di Bordighera, con la presentazione di Ernesto Caballo, segna la soglia di una radicale rivoluzione espressiva. Nell'estate del '57 Silvia compie un lungo viaggio in Danimarca e Norvegia, e l'anno dopo nella Germania Occidentale: da questi viaggi nasce, in ottobre, la prima vera personale alla galleria "Marguttiana" di Roma, presentata da Franco Miele, che riconosce in questi lavori una fase nuovissima della sua pittura, fatta di "stesure tenui" e visioni "chiare ed aperte, quasi sospese in accenni di sogno".
Sono gli anni in cui prende forma il tema, particolarmente caro all'artista, delle reti, geometriche nella loro curvatura ellittica ma sempre al limite dell'astrattismo senza mai diventare astratte. Nel febbraio 1960 una nuova personale a Ivrea si avvale della presentazione critica di Carlo Munari; seguono anni di grande attività: rassegne a Santa Margherita Ligure, Spoleto, Termoli, Sanremo, Milano, e viaggi a Venezia, Firenze, Parigi. Nel 1963, grazie alla mediazione dell'amico Walter Linden, i suoi quadri vengono esposti a Zurigo e a Berna; segue, a fine anno, una personale alla Galleria "del Vantaggio" di Roma, presentata da Hans Hofer.
La pittrice va ormai da alcuni anni rielaborando il tema degli ulivi, che meglio di ogni altro caratterizzerà la sua produzione: i tronchi nodosi e robusti degli ulivi secolari, solidi, mai inquietanti, maestosi, talvolta scarni. Gli ulivi liguri della sua terra d'adozione rappresentano per lei un fertile terreno di sperimentazione tecnica, in funzione della tensione verso la sintesi delle forme che le cortecce, le nodosità, le ramificazioni le consentono in maniera più congeniale di qualsiasi altro soggetto.
Il biennio 1965-66 è quanto mai intenso, tra partecipazioni a Mentone, Sanremo, Milano, Bordighera e viaggi lungo la costa adriatica, in Trentino, Sicilia, Sardegna, Piemonte. I risultati approdano alle tre personali del 1967, inaugurate a breve distanza l'una dall'altra: Torino ("L'Approdo", presentata da Luigi Carluccio), Bolzano e Trento (presentate da Herta Sponder). Fra il '68 e il '69 sono le personali di Rho, Sanremo, Cervo e Imperia a scandire i ritmi del periodo forse più intenso della pittrice, sebbene abbia ormai superato i settant'anni; nel 1970 segue la personale milanese alla galleria "Cavour", con trenta dipinti e dieci disegni ordinati da Luigi Carluccio.
Gli ultimi anni
Nuovi viaggi in Germania, Austria e ad Amburgo mantengono alta la temperie creativa di Silvia, mentre altre personali si susseguono a Diano Marina, Cervo, Alessandria, Bergamo, Sestrière. Particolare importanza l'artista stessa attribuisce alla mostra organizzata per lei dalla "Nieuwe Gallery Paolo" di Anversa nel 1975, presentata da Remy De Cnodder. Nello stesso anno, in vista del traguardo degli ottant'anni, anche Diano Marina le dedica una piccola personale, a riconoscimento del suo contributo alla vita culturale della città. Silvia si inserisce inoltre attivamente nel circuito delle collettive del Centro Europeo di Iniziative Culturali di Roma, esponendo a Lussemburgo, Bruxelles, Parigi, Marsiglia, Bamberga, Cracovia e Strasburgo fra il 1976 e il 1980.
Ciò che meraviglia in questo ultimo periodo è una straordinaria vitalità, che finisce per animare la sua pittura di un'ansia creativa sorprendente in una persona ultraottantenne. Brescia e Torino, nel 1979, vedono le ultime personali d'impegno; seguono collettive a Catanzaro, Viterbo, Diano Marina, San Leo, Parigi, Suzzara, Bormio. In estate, come d'abitudine, lunghe vacanze sulle Dolomiti la portano a confrontarsi con forme di paesaggio nuove — i fusti diritti dei larici, delle betulle, degli abeti — che tornano, negli ultimi anni, in una sorta di grande cadenza rappresentativa accanto ai tronchi nodosi e contorti dei "suoi" ulivi.
Dopo le comparse in pubblico al premio di pittura "Magiargè" di Bordighera e alla personale antologica di Diano Marina, entrambe nel 1982, qualcosa nella prodigiosa esuberanza senile di Silvia Maggioni si incrina irreparabilmente. Alcuni quadri di questi ultimi mesi hanno una chiara valenza simbolica, di bilanci conclusivi. Quando muore all'ospedale di Imperia, il 15 febbraio 1983, un quadro l'attende ancora inutilmente sul cavalletto dello studio: l'Ultimo ulivo.
— Mariateresa Anfossi, Gianni De Moro
Le mostre
Dalla prima "Mostra del Paesaggio Italiano" di Diano Marina fino agli ultimi anni, Silvia Zucchinetti Maggioni ha esposto in decine di personali e collettive, in Italia e all'estero.
Le mostre personali
Vedi l'elenco completo di mostre e collettive (1947–1982)
La critica ha scritto
"Un disegno rigoroso, a compiture e brividi di verde e argento su una pedana di colore bruciato; si delineano architettura e 'biografia' sofferta di alberi, con un accento di umanizzato e gnomico."
Ernesto Caballo, 1956
"Dinanzi ad alcuni quadri viene di pensare a una specie di fraseggio musicale che si snoda, attraverso una singolare vena melodica, tra ritmi a volte sinuosi a volte taglienti."
Franco Miele, 1958
"Vi è stata una poesia ligure. E c'è anche una pittura ligure... l'immagine è strutturata con rigore, depurata dai grumi fisicistici e rimediata poeticamente."
Carlo Munari, 1961
"Dispone a strati i colori puri con effetto sottilissimo, paragonabile a quello offerto dal mondo della natura: il fogliame autunnale, la madreperla, il fuoco che si spegne."
H. Hofer, 1963
"Il colore che talvolta tinge appena la granulosa consistenza dei fondi non manca mai di farsi interprete delle interiori vibrazioni di questa pittrice."
Angelo Dragone, 1967
"Un sentimento amoroso per gli aspetti del mondo, ma quasi pudicamente trattenuto dal timore d'abbandonarsi, anima sempre e riscalda la sua aristocratica pittura."
Marziano Bernardi, 1967
"I suoi dipinti rivelano di possedere uno straordinario rigore intellettuale e al tempo stesso un alto slancio emotivo; una straordinaria limpidezza e fermezza di struttura."
Luigi Carluccio, 1967
"Silvia Maggioni riesce a farci sentire, attraverso la sua sensibilità, la musica interna delle cose... l'evento riposante, oggi così raro, della profonda pace contemplativa."
Herta Sponder, 1967
"È bisogno d'ascoltare nel vedere il crepitio della sagoma che si riduce all'essenza, al puro consistere, ai bioccoli della luce che impreziosisce la materia mai bruta."
Mario Portalupi, 1968
"Osserviamo i suoi ulivi: luminosi, argentei, contorti... non più alberi ma quasi esseri viventi levigati di una gamma coloristica pastosa, modulata, approfondita."
Elio Balestreri, 1969
"Si citerà Cézanne come maestro ideale o lontano ispiratore di lei e si ricorderanno i suoi ulivi intricati e contorti, la geometrica eleganza dei suoi boschi, l'incantesimo delle sue reti."
Giuseppe Serra, 1969
"La visione della realtà della vita e della natura emerge con serena e luminosa chiarezza, come venisse direttamente dall'anima, dentro cui le emozioni dell'artista l'hanno filtrata."
Enotrio Mastrolonardo, 1973
"Spiritualità ed emozione sono i vocaboli-chiave per capire la produzione della Maggioni. Anche nei ritratti cerca di captare la complessità dell'animo umano."
Giorgio Bregolin, 1982